La recensione su “Cultura Commestibile” de “L’amico francese” di Tito Barbini

La recensione su “Cultura Commestibile” de “L’amico francese” di Tito Barbini

“Cultura Commestibile” – 15 gennaio 2022

 

“L’amicizia e la storia”

di Susanna Cressati

 

Il morso della politica. Di quella passione che ti travolge quando sei giovane e aderisci anima e corpo a una idea, il comunismo in questo caso, che ti sembra bellissima, destinata a indirizzare per sempre la tua vita. Una idea che, anche avanti con gli anni e ormai smagato, deluso, lontano dai luoghi dove si esercitano la politica e il potere, consideri ancora tanto bella da non poterla lasciare alla deriva delle nostalgie e nemmeno all’affronto morale dell’abiura.

Di questo “morso” Tito Barbini, scrittore cortonese con un passato di politico, porta i segni e mano a mano che scrive i suoi libri, che parlino di nuvole o di Argentina, di muri o di foreste, di preti o di anarchici, cerca di gestirne il dolore. Almeno così ci sembra.

Singolare parabola (tutt’ora in evoluzione) quella di Tito Barbini, che periodicamente nei suoi scritti alterna il racconto di intense avventure di viaggio con la narrazione altrettanto vitale del suo critico itinerario politico, in Toscana, in America, nei Balcani, nell’Europa dell’Est, in Cambogia.

Con “L’Amico francese, Mitterrand, Berlinguer, Craxi e quella volta che si poteva cambiare la sinistra in Europa” (I libri di Mompracem-Betti Editore) ripropone in maniera analitica qualcosa che ha segnato profondamente la sua vita, l’amicizia personale con il presidente francese. Amicizia nata nel 1971, un sabato di agosto a Cortona. Quel giorno il giovane sindaco Barbini (il più giovane sindaco d’Italia, classe 1945) riceve, fascia tricolore d’ordinanza, il collega sindaco di Château-Chinon, piccola località del dipartimento della Niévre. Il sindaco francese è un po’ più attempato (è nato nel 1916) e soprattutto è da decenni navigato protagonista della vita politica del suo partito, quello socialista, di cui è leader e del suo paese del quale è stato parlamentare e ministro ed è destinato a diventarne presidente: François Mitterrand. Questo incontro, propiziato dal gemellaggio che unisce le due città fin dal 1959, è destinato a far maturare tra i due uomini un legame che si manterrà costante fino alla scomparsa del “florentin” e, in una occasione, a sfiorare la storia.

A più riprese Barbini, con il suo stile colloquiale ed il procedere divagante, cerca di mettere a fuoco in questo volumetto la complessa personalità del suo amico francese. Raggiunge la maggiore efficacia raccontando una serata trascorsa con lui alla tavola di una trattoria del Morvan, durante la quale Mitterand si lascia andare, complice qualche bicchiere di beaujolais, a riflessioni e confidenze su tutto, “sulla sua infanzia, sulla guerra, sulla prigionia, sulla sua controversa carriera polita, nelle piazze dell’opposizione come nelle stanze del governo”. Ne emerge una figura sicuramente imperiosa, spogliata da ogni falsa modestia e non priva di ombre e ritrosie. Tuttavia l’amico cortonese ne coglie soprattutto gli aspetti positivi, quelli “di un uomo forte eppure contraddistinto da una certa fragilità, perfino esibita, senza paura di pregiudicare la statura di leader. Di cultura raffinata, sorprendente, a volte spiazzante per rimandi e intrecci, se non addirittura provocatoria. Serio, a volte anche troppo, ma nello stesso tempo capace di dispensare ironia e persino allegria. Disponibile ad accogliere le contraddizioni, senza nasconderle o turbarsene più di tanto. Sostanzialmente allergico alla retorica, alla prosopopea, all’ostentazione”.

Fin qui l’amico. Poi c’è il politico, assai discusso, che il libro esplora rapidamente e l’uomo in privato, molto chiacchierato, su cui Barbini spende poche rispettose parole. E infine c’è la storia sfiorata. Tito Barbini ha già raccontato più volte l’episodio in libri e in interviste, ma fa sempre una certa impressione ricordarlo. Nel 1978 ricevette, lui sindaco comunista della nobile ma piccola Cortona, una telefonata da Enrico Berlinguer in persona, nientemeno che il segretario nazionale del suo partito. Il tenace filo rosso che Barbini aveva intrecciato negli anni con Mitterrand tramite il debole meccanismo di un gemellaggio istituzionale serviva a Berlinguer per tessere tutt’altra tela, per incontrare riservatamente (a Cortona) Mitterrand e costruire una prospettiva comune tra i socialisti francesi e i comunisti italiani, per far assumere ai comunisti italiani un nuovo ruolo nella sinistra democratica europea archiviando l’eurocomunismo. Una mossa sul filo del rasoio, in una Europa ancora attraversata dal Muro e in una Italia politicamente tormentata, in cui il PCI forte di un imponente consenso elettorale cercava in ogni modo quella legittimazione a governare che non gli sarà mai accordata se non in ambito locale.

È il leader socialista Bettino Craxi, misteriosamente (?) avvertito del progetto, a vestire i panni dell’elefante nella cristalleria, presentandosi a Cortona trionfante e con largo seguito di esponenti e militanti socialisti il giorno in cui Mitterrand e Berlinguer avrebbero dovuto incontrarsi riservatamente, per sventare la prospettiva di un rapporto che lo avrebbe messo all’angolo. Fine del film.

Ma non fine del libro e delle riflessioni di Barbini, che ha aggiunto una lunga intervista concessa a Lucia Bigozzi per ripercorrere con la giornalista aretina il suo lungo e sofferto viaggio nella politica e nella sinistra italiana.

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